10 Gennaio 2020 • Nessun commento

Parliamo di Mindfulness

In Evidenza

Ultimamente si sente molto parlare di Mindfulness, ma non tutti sanno esattamente cosa sia e a cosa serva. Ho la fortuna di avere per amica una dottoressa che è stata fra le prime a parlarmene anni fa, in tempi non sospetti, e attivare dei corsi a Firenze. Visto che oltre che un’amica, la reputo una persona seria e competente, ho pensato di chiedere a lei un po’ di delucidazioni.

1. Cos’è la Mindfulness?

Per mindfulness si intende una qualità di consapevolezza e di presenza mentale che si ottiene portando l’attenzione all’esperienza del momento presente, con un atteggiamento di gentilezza e apertura e intenzionalità. La nostra mente infatti è abituata ad andare in automatico, perché cerca di raggiungere gli obiettivi nel minor tempo possibile e col minor dispendio di energie: per questo motivo tende a staccarsi dall’esperienza fisica, del corpo, per seguire le aspettative, i giudizi, ciò che già “pensa” di conoscere della propria esperienza.

Per chiarire questo concetto posso fare l’esempio di me che sto per mangiare un piatto di spaghetti al pomodoro: la mia mente ha già etichettato quell’esperienza come “piatto di pasta al pomodoro” con una serie di reazioni di gradevolezza o sgradevolezza, aspettative ecc. Quello che la mente dimentica, però, è che ogni esperienza è davvero unica, e non per modo di dire. Infatti, ogni volta la mia pasta al pomodoro è diversa, perché è diverso il grano da cui è stata prodotta la farina, il pomodoro con cui è stata prodotta la salsa e, in ogni caso, sono diversa io che la sto assaggiando, perché il mio corpo è diverso in ogni istante e così lo è il mio sentire, lo stato d’animo ecc. Anche quando ricordiamo un’esperienza la riviviamo in un modo differente, ogni volta. Pensiamo a quando abbiamo visitato una città, in momenti diversi della nostra vita: Londra può esserci sembrata la città più piovosa umida e pericolosa del mondo oppure una città vitale, dinamica, aperta e gioiosa.

Abbiamo delle aspettative su noi stessi, su come dovremmo essere, apparire, quello che dovremmo raggiungere…

Questo fa sì che se abbiamo delle aspettative su noi stessi, per esempio su come dovremmo essere, apparire, quello che dovremmo raggiungere, rischiamo di andare perennemente dietro a questi “giudizi” senza mai tornare verso il vero ascolto del nostro sentire, di quella dimensione che dà spazio ai nostri bisogni più profondi e vitali e decisamente connessi col benessere.
In altre parole mindfulness è la consapevolezza che nasce dal portare attenzione al momento presente e ci rimette in contatto col nostro sentire, con la nostra intimità, aprendoci gli occhi sull’esperienza che stiamo vivendo, e ci permette di coltivare la mente del principiante, di chi, cioè, sperimenta le cose per la prima volta, come i bambini, che sono in grado di ripetere lo stesso gioco all’infinito perché non hanno aspettative: per loro è davvero sempre la prima volta.

2. A cosa serve la Mindfulness?

A cosa serve? La pratica della consapevolezza ci aiuta a riconnetterci al momento presente, al fermarci nel qui e ora, a “godere di quello che c’è”, ad apprezzarlo così com’è. Praticare la mindfulness serve quindi a ritrovare una via per un benessere autentico, fatto non più soltanto di inseguire degli schemi, degli obiettivi, degli ideali, ma fatto di una riconnessione con il nostro corpo. Avete presente quelle volte in cui ci si sente perfettamente integri, a posto con se stessi, completamente a nostro agio dove siamo, come siamo? In realtà non è più un’esperienza così frequente nella nostra società. Però forse l’abbiamo sperimentato. Quella qualità di esperienza deriva dal riconnettere mente e corpo: il corpo è sempre nel presente ma la mente no; invece con la pratica impariamo a fermarci, a riposare nel momento presente, a non aspettarsi niente altro che quello che già c’è.

Riconnettere mente e corpo: il corpo è sempre nel presente ma la mente no

E questo non significa che dobbiamo imparare a fare il vuoto mentale. Purtroppo alcune discipline di yoga o meditazione danno questo messaggio, ed è sbagliato. Semplicemente sbagliato.

Non è possibile intenzionalmente fare il vuoto mentale. È come quando cerchiamo di addormentarci perché domani avremo una giornata di lavoro intenso e vogliamo arrivarci riposati. Ci riusciamo? Il più delle volte no. Infatti, se ci diamo un obiettivo, anche fosse quello di dormire, la mente si attiva e se si attiva non si rilassa.

Allo stesso modo, nella pratica di consapevolezza abbandoniamo tutti gli scopi, compreso quello di rilassarsi e di fare il vuoto mentale e allora, paradossalmente, la mente si rilassa.

3. Quando e dove è nata la Mindfulness?

La pratica della mindfulness è in realtà una tradizione millenaria che nasce con le pratiche contemplative già nel 500 a.C. e possiamo fare riferimento particolarmente alla storia di Siddharta Gautama il Buddha.
La cosa davvero importante, però, è che possiamo portare nella nostra cultura qualcosa che ci è utile senza dover necessariamente aderire ad una filosofia o a un credo religioso al quale sentiamo, forse, di non appartenere. Da qui nasce la pratica della mindfulness nella nostra società e in particolare nasce il programma MBSR Mindfulness-based Stress Reduction ideato da Jon Kabat-Zinn.

Avvicinare il mondo delle pratiche meditative con il mondo delle neuroscienze

Jon Kabat-Zinn è una figura di una portata storica eccezionale. In origine era un biologo molecolare con una grande passione per le pratiche contemplative. Questa passione, unita al fatto che egli sosteneva la loro potenzialità curativa e trasformativa, l’ha spinto a far avvicinare il mondo delle pratiche meditative (rappresentato in prima persona da sua santità Il Dalai Lama e dai monaci e Lama suoi discepoli) con il mondo delle neuroscienze, rappresentato dai più grandi neuroscienziati al mondo (Richard Davidson, Daniel Goleman, Dan Siegel e altri): da qui ne è nata una mole di studi scientifici, in continuo aumento, in grado di dimostrare delle evidenze scientifiche stupefacenti: il cervello cambia e si trasforma, riuscendo a modulare le vie deputate alla gestione delle emozioni negative (ansia, rabbia, tristezza, colpa, vergogna).

Per anni si era sempre creduto che il cervello non potesse modificarsi, e invece è stato dimostrato che non è così. Questo rende ogni individuo fortemente responsabile della propria salute e benessere, poiché lui e soltanto lui può veramente praticare e disciplinare la propria mente attraverso la mindfulness, nella piena fiducia che questo porti ad un vero benessere.
Così, dal lontano 1979, anno in cui Jon Kabat-Zinn fondò la Stress Reduction Clinic, clinica per la riduzione dello Stress a Boston, la mindfulness è stata inserita a fianco della medicina tradizionale e, con grande fatica, in 30 anni, ha attraversato l’oceano ed è arrivata a noi.

Non si tratta quindi di medicina alternativa (termine che è stato ormai vietato perché non possono esserci medicine che “sostituiscono” la medicina tradizionale) ma integrativa, che si integra cioè alla medicina tradizionale, aggiungendo ad essa delle componenti fondamentali, e partecipativa perché mette in primo piano la partecipazione attiva della persona.

In questa ottica la pratica della mindfulness dovrebbe essere davvero insegnata a tutti. Nella nostra cultura diamo attenzione alla formazione didattica, all’imparare nozioni, ma nessuno si preoccupa di insegnare alle persone, in particolare da bambini, a disciplinare la propria mente, il proprio mondo interiore, il proprio sentire.
E infatti oggi assistiamo al progredire di una società che fa dell’assenza di consapevolezza il suo aspetto centrale: perdita di consapevolezza nelle relazioni (che avvengono più per social che nella realtà), nell’iperconsumo dei beni alimentari e dei beni in generale, nel mancato rispetto dell’ambiente, degli altri, di se stessi.
In questo senso la pratica è utile ai bambini, agli adulti, a chi soffre e anche a chi sente di stare bene, a chi ha difficoltà sul lavoro o di relazione, a chi si sente in gabbia, triste o annoiato. E, per esperienza personale, alle donne e alle coppie che hanno problemi di fertilità, problemi che danno un livello di stress pari alla diagnosi di una malattia grave. Per questo motivo, e per il fatto che la mia storia personale mi ha portato a vivere in prima persona questa sofferenza, mi sono dedicata all’aiuto delle donne e delle coppie che hanno una storia di infertilità, sviluppando un programma specifico per loro.

È nato così il PMF Programma Mindfulness per la fertilità, sul quale ho scritto anche un libro “Volere un figlio. Il programma Mindfulness per la Fertilità” Ed. Maddali Bruni Firenze 2017.


Dr.ssa Marina Ciampelli
Psichiatra, Psicoterapeuta, Insegnante qualificata Mindfulness MBSR
www.mindfulnessfirenze.it
mindfulnessfirenze@gmail.com

Condividi l'articoloShare on Facebook
Facebook
Tweet about this on Twitter
Twitter


Leave a Reply

Please Login to comment